Dall’8 gennaio in radio il nuovo singolo di Maurizio Pirovano, secondo estratto dall’omonimo album “Il tempo perduto”, dopo il successo riscosso da “Lasciati andare”, rimasto per più di venti settimane fra i primi cinquanta singoli più trasmessi in radio. A soli pochi mesi dall’uscita l’album continua a collezionare riconoscimenti prestigiosi: è stato presentato in anteprima live al Pistoia Blues Festival in apertura del concerto di Little Steven (chitarrista di Bruce Springsten), ha poi ricevuto il premio Lunezia (dalla proloco di Carrara), il premio Lucio Battisti – Emozioni Live conferitogli al Casinò di Sanremo lo scorso dicembre e il premio Ora Musica – Vuemme come “Miglior Album Rock 2017”.
Il tempo perduto” è una cruda fotografia di questo preciso momento storico in cui l’Italia e il mondo stanno cambiando senza che ancora si possa comprendere in quale direzione. Un periodo storico in cui un osannato progresso, sorretto dalle regole di mercato, rimette in discussione diritti e certezze conquistate in un secolo di lotte civili.
Il brano non vuol dare risposte, semplicemente denunciare uno stato di cose, un cambiamento in cui ci si sente in bilico fra il rimpianto per quello che è stato e le tante trappole di un futuro “Liquido”, senza regole e senza sicurezze, con il rischio di abituarsi a vivere una vita precaria, senza aspettative per il futuro e con il costante rimpianto del passato (“dove sono i tuoi eroi del tempo perduto?”).
Un presente in cui ci si dimentica che il vero senso del progresso è tale quando tocca realmente l’intero genere umano e non pochi eletti a discapito di tanti; in cui tutto diventa precario e relativo, lavoro, affetti, amore e niente sembra più impenetrabile da questo “tutto” che sa sempre più di niente.
La produzione del nuovo singolo è stata affidata (come quella di tutto il disco) ad Alex Marton, che ha saputo miscelare al meglio sonorità d’oltre oceano col cantautorato di Pirovano. “Il tempo perduto” rimane fra i pezzi più rock dell’intero disco: arrangiamenti fatti di chitarre taglienti e una sezione ritmica incalzante innescano un crescendo che sposa al meglio i riferimenti ai poeti d’inizio Novecento (Marinetti su tutti) lasciando l’ascoltatore in bilico fra Decadentismo ed una sensazione di amaro in bocca.